Ariele Vincenti, Vincenzo Tosetto, Giacomo Rasetti, Francesco Cassibba, Sarah Nicolucci
Lo spettacolo ripercorre minuziosamente la cronologia temporale di 4 minatori. Dalla partenza
dai propri paesi d’origine, alla morte nella miniera di Marcinelle. Quando i minatori partivano,
le piccole stazioni dei loro paesi si riempivano di mamme, fidanzate, amici e parenti che li
salutavano. C’era hi era felice per loro, come amici o conoscenti e c’era chi invece si disperava,
come le mamme e le fidanzate. Con le valigie di cartone i minatori viaggiarono in treno fino a
Marcinelle. Gli erano state assicurate 28 ore di viaggio. In realtà furono 5 giorni in condizioni
disumane a livello logistico e sanitario. Il primo impatto con Marcinelle non fu dei più positivi.
Gli alloggi che gli erano stati promessi, caldi e confortevoli erano al contrario scomodi e freddi.
Le loro stanze si trovavano all’interno di ex campi di concentramento che i Tedeschi usavano
durante la Seconda guerra mondiale. Disumane le loro condizioni di lavoro: turni lunghi e
faticosi, i pagamenti a cottimo; più carbone recuperavano, più la paga si alzava. I pasti erano
scarsi. Se qualcuno chiedeva spiegazione di quelle condizioni ad un superiore, veniva
aspramente criticato e minacciato. Nella miniera, il loro lavoro a mille metri di profondità era
estenuante: per ore stavano sdraiati in piccole gallerie chiamate mine alte mezzo metro.
Scavavano con uno scalpello percosso da un martello di ferro o con il Motor Pique, un piccolo
martello pneumatico dell’epoca in dotazione ai minatori. La mancanza d’aria. La polvere. Il
rumore assordante, i carrelli carichi di carbone, i nitriti dei cavalli, gli ascensori e altri suoni
diventeranno una musica di accompagnamento per le azioni sceniche. Racconteremo anche
come passavano il tempo libero. Un giorno andarono a Liegi per seguire l’arrivo vincente di
Coppi e scoprirono che nei bar era vietato l’ingresso agli italiani. Da una partita a scopa alle
telefonate a casa fino al momento della tragedia: tutti i minatori smettono di parlare. Rimarrà
in sottofondo “la musica della miniera”, così la chiamavano!